Coppie assassine. Quando la pulsione rimane integra.


 

Foto di Geralt

Follie a due a tre a quattro, follie di gruppo che fanno specchio a vittime singole, a due tre quattro mucchi di vittime. Catene omicidiarie che si susseguono l’un l’altro. Si chiamano tecnicamente mass murder, non conta l’identità delle vittime, sono vittime-oggetto queste, non hanno nome, identità, possono essere donne negli stupri etnici, malati in corsie di ospedali – E’ la nazificazione del delitto, che prevede la scomparsa della vittima, l’assenza di ogni relazione, la violenza contro oggetti-corpo.

E sia quindi la violenza di coppia, di amanti assassini, di psicosi che passano dalla testa dell’uno all’altro come biglie impazzite. Anche in questo caso è forte l’impatto della relazione, dell’Io che diviene e si sviluppa attraverso un Tu che lo definisce. E se questo accade nella normalità si verifica anche nella patologia. Io-sono e tu-sei anche nella follia dove i due termini si fondono in un Noi persecutorio, che non è unione ma miscuglio, mescolanza di ideazioni che arrivano dritto dritto nei sentieri della morte. Complice nel caso di Saronno, anche il luogo, le professioni, l’inestricarsi di vita e di morte che c’è nelle professioni mediche e anche in quelle di aiuto. E’ stato Sigmund Freud ad insegnarci che dietro ogni atto si nasconde una pulsione contraria, contraffatta da meccanismi di difesa che la sublimano, la deviano, la trasformano. E dietro la vita c’è sempre la morte.

In casi come questi l’acting out criminale è motivato da quel mix di distruttività, onnipotenza che caratterizza il gesto omicidiario, così come avviene nella maggior parte degli omicidi: un cocktail ben congegnato di narcisismo e violenza. Atti dove la pulsione non si trasforma, non si sublima, dove s’impone all’Io con la forza di una distruttività violenta, fredda come l’inverno.

 

Dott. Silvio Ciappi,
criminologo e psicoterapeuta

Autore del recente
Ritratto di una mente assassina. Trauma,
attaccamento e dissociazione in un killer seriale”
(Franco Angeli, 2015)